La casa non costruita da me – Mt 16,13-20 – XXI A

Cesarea di Filippo. Le sorgenti del Giordano nascono qui, tra rocce dove per secoli si sono bruciati incensi ad altri dèi — l’aria porta ancora, leggera, un odore antico di pietra bagnata e di fumo di sacrifici stranieri. Gesù cammina con i suoi lontano da casa,  lontano dal lago, dalle sinagoghe familiari. Ci si aspetterebbe che a un certo punto si fermi e dica loro qualcosa — la scena consueta del maestro che rivela, che finalmente si spiega.  E invece si ferma, e chiede. La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?

Non è vezzo retorico. È lui che apre la caccia,  lui che istiga la ricerca sulla propria identità — come se la domanda su chi sia valesse più di ogni risposta che potrebbe dare da solo. I discepoli rispondono con quello che hanno raccolto per strada: Elia, Geremia, uno dei profeti. Voci prese in prestito,  sentito dire, categorie che altri hanno già pensato per loro. Case vecchie, arredate da altri, in cui ci si può accomodare senza fatica. Poi stringe il cerchio. Ma voi, chi dite che io sia?

Pietro non ha tempo di calcolare. La risposta gli sale e gli esce prima che lui stesso l’abbia verificata: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Una frase che lo sorprende mentre la pronuncia —  non l’ha costruita lui, non l’ha dedotta dal sentito dire, dalle voci di prima. Gesù lo guarda e gli dice quello che nessuno si aspetta: non te l’ha rivelato la carne e il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli.

È qui che qualcosa si sposta — non solo nella mente di Pietro, in tutto il corpo del gruppo, in quell’aria che sapeva ancora di incensi stranieri. Perché quella risposta non è un’informazione in più da aggiungere alle altre. È una casa. Una casa nuova,  mai abitata prima, con stanze che nessuno ha arredato con i mobili di prima — non Elia, non Geremia, non le vecchie percezioni. Pietro entra in una dimora che non ha costruito lui,  e che pure, da quel momento, porta il suo nome: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.

Chiesa.  Come casa. Non la tenda provvisoria del sentito dire, non l’affitto breve delle opinioni altrui — una casa che ha fondamenta che nessuno ha scavato con le proprie mani. Non serve conquistarla,  non serve meritarla con l’inquadramento giusto. Basta lasciarsi raggiungere. Basta lasciare che la domanda — quella che Lui stesso ha acceso — trovi una risposta che eccede chi la pronuncia. Divina.  Divina ancora, dentro una bocca umana che trema mentre la dice. Adesso.

Lo conosci questo momento — quando la domanda su chi sia Dio per te smette di essere ansia da controllo, il bisogno di avere subito la categoria pronta, e diventa invece terreno che si apre sotto i piedi, come una porta trovata dove non sapevi ci fosse un muro. Non hai costruito tu quella stanza.  L’hai solo abitata, quando è arrivata — diversa da come l’avevi immaginata, più grande della tua pianta.

E voi, chi dite che io sia? Continui a rispondere con le voci che altri hanno già pensato per te —  quello che si dice, quello che si è sempre creduto, la casa vecchia che conosci già a memoria? O lasci che la domanda ti scavi sotto,  finché non trovi una risposta che non hai fabbricato tu — una casa nuova, dove abitare in un modo che ancora non conoscevi? Una casa protetta: Non prevarranno contro di essa.