Il bambino che danza e rovescia – Lc 1,39-56 – L’Assunta

Il sentiero sale, bianco di polvere,  tra le colline di Giuda, e i sandali di Maria battono un ritmo che non è il suo passo abituale — è già fretta, già altro. Il sole di giugno pesa sull’aria e sulle spalle, ma lei non rallenta. Ci si aspetterebbe la scena consueta: due donne, due grembi, un abbraccio di famiglia,  la gioia semplice di chi si ritrova dopo mesi. E in parte è proprio così — bussa, entra, chiama il nome di Elisabetta nell’ombra fresca della casa.

Ma qualcosa, dentro quella casa, non aspetta il saluto per muoversi.

Prima ancora che Elisabetta apra la bocca,  prima che le due donne si tocchino, prima di ogni parola di benvenuto — un bambino non ancora nato sussulta nel grembo. Il bambino le sussultò nel grembo. Nessuno gli ha chiesto niente. Nessuno gli ha spiegato chi sta arrivando. Il corpo di Giovanni sa — e festeggia — prima che la mente di chiunque, nella stanza, abbia capito che cosa sta succedendo.

Elisabetta portava, fino a quel momento, cinque mesi di silenzio scelto: si era nascosta, || si era tenuta lontana dagli sguardi, la vergogna vecchia della sterilità appena guarita ancora addosso come un vestito che non si toglie subito. E adesso, invece di una spiegazione, riceve un colpo dal di dentro — e non lo controlla, non lo governa, non lo pensa prima di reagire. Grida a gran voce. Benedice Maria con parole che le escono senza permesso, come se qualcun altro, attraverso di lei, avesse fretta di dirle.

Ed è qui, in questo punto esatto — nel corpo che si muove prima che la mente arrivi a dare il consenso — che qualcosa si tende, si allunga, si protende. Non verso una spiegazione. Verso un abbraccio. Ma quel salto, dentro il buio caldo del grembo, non è solo festa.  È già crepa. Il bambino non sa camminare.  Non sa parlare. Eppure ha già cominciato — prima di Maria, prima delle sue parole sui troni — a disfare quello che sembrava fermo per sempre.

Le braccia di Maria e di Elisabetta si aprono prima di sapere perché. Le scapole che si stringono, si sollevano, spingono avanti —  non per capire. Per raggiungere. Per rimescolare. Per rimettere in circolo quello che era fermo. La stessa forza che tra poco dirà: ha rovesciato i potenti dai troni. Non è un’altra cosa. |È lo stesso moto. Lo stesso corpo. Una corrente che nessuno ha acceso  e nessuno può spegnere. Danza. Danza ancora — e già rovescia. Sempre. E Maria esulta ed esalta le grandi opere che Dio fa, di continuo.

Lo conosci questo corpo che si muove prima di capire. Le braccia tue tese verso un abbraccio, prima ancora che la testa dia il permesso. Il petto che si apre come una diga,  senza preavviso, senza chiedere permesso a chi teneva l’acqua ferma per anni. Non è disordine.  È la stessa forza che sposta e rovescia i troni. La stessa che oggi non aspetta che tu finisca di ragionare.  Vuole già cominciare a rimescolare la tua vita, a danzare con te.

Cosa tieni fermo, cementato dentro di te, solo perché… “è sempre stato così”?  E cosa succede se lo lasci rovesciare — senza capirlo prima, senza permesso, come un grembo che danza, come un trono che cade? Puoi lasciare che qualcosa, dentro di te, cominci già a rimpastare il vecchio cemento che credi intrasformabile?