L’alambicco del no – Mt 15,21-28 – XX A

Tiro e Sidone. Terra straniera,  aria che sa di sale e di pesce essiccato al sole, voci che parlano una lingua che non è la sua. Gesù si è ritirato qui, lontano dalla folla, forse cercando silenzio. Ci si aspetterebbe che almeno qui, fuori dai confini di Israele, trovi un po’ di riposo — la scena consueta del maestro che si allontana per pregare, per respirare.  E invece una voce lo insegue. Grida da dietro, insistente, il grido di chi non ha più niente da perdere: una donna cananea, straniera due volte — di terra e di sangue — implora pietà per una figlia che un demonio tormenta senza tregua.

Gesù non risponde. Non una parola.  Il silenzio pesa più di un rifiuto detto ad alta voce — è un muro senza crepe, e lei continua a gridare, dietro, dietro ancora, finché i discepoli stessi si irritano e chiedono a Gesù di mandarla via. Solo allora lui parla — e quello che dice non consola: non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele.  Una porta chiusa, vestita di vocazione, di missione, di un ordine che sembra non lasciare spiragli.

Lei non si ritira. Si getta a terra, ai suoi piedi. Signore, aiutami. E Gesù rincara — con parole che oggi suonano quasi crudeli: non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini.  Fastidio vestito di teologia. Resistenza che si giustifica con l’esclusiva, con il privilegio, con la casa a cui appartiene il pane. Sembra la fine —  ed è invece l’alambicco. Quella rigidità, quel muro senza crepe, non la respinge soltanto: la costringe. Il calore chiuso di un no che non si apre è ciò che forza l’energia a concentrarsi, a smettere di essere grido e diventare distillato.

Perché è proprio lì, contro quella parete, che qualcosa in lei si muove — non nella testa, non nell’argomentazione. Sale da sotto. Una spinta che non ha ancora parola, che preme dal ventre verso la gola, cerca un varco — e non lo trova aperto, lo trova sbarrato, e per questo si contorce, si concentra, si affila. Non è rabbia.  Non è supplica vuota. È energia grezza che il rifiuto stesso di Gesù comprime verso l’alto, come il collo stretto di un alambicco, finché non trova la forma esatta — e la trova: sì, Signore, ma anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei padroni.

Non una difesa. Un incontro forgiato dal muro stesso che sembrava impedirlo.  La stessa esclusione, ripresa e rivoltata — non contro di lui, ma dentro la forma che lui stesso, resistendo, le ha dato. La disperazione che risale, risale ancora, contro quella parete che non cede,  finché non è più grido informe ma parola tagliente, precisa, distillata da un calore che non voleva darla e proprio per questo l’ha resa possibile. Nessun’altra immagine, solo questa: il basso che sale,  preme contro il muro, si concentra, si fa voce. Vince.  Vince ancora — non nonostante la resistenza, ma attraverso di essa. Adesso.

Lo conosci questo movimento — qualcosa che ribolle sotto lo sterno, senza nome, senza forma ancora, che cerca per giorni la parola giusta e non la trova. E conosci anche il muro — quel no che qualcuno ti oppone,  quella porta che non si apre quando bussi, quel fastidio negli occhi di chi non vuole ascoltarti ancora. Non lo sai, mentre lo attraversi, che è già alambicco. Che il calore chiuso di quel rifiuto sta comprimendo qualcosa dentro di te,  costringendolo a farsi preciso, a farsi detto, invece che a restare grido informe per sempre. La fede, qui, non è un pensiero che assente — è un ventre che il muro stesso spreme, finché non trova la lingua per dirsi. Donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri.

Quando qualcuno ti oppone un no, un muro, un silenzio che non cede —  lo senti solo come freno, come qualcosa da subire finché passa? O lasci che quel calore chiuso ti comprima, ti costringa a scavare più a fondo, finché quello che ribolle in te  non è più grido ma parola esatta — capace di farsi incontro anche con chi ti ha detto no? Quale figlia abbiamo da liberare?