Psiche. Un altro dei termini più ricorrenti parlando di spiritualità. E dei più umbratili e stratificati. Nello scorso video abbiamo esplorato i significati che la riflessione filosofica greca ha condensato nel termine psyché, anima.
Anzitutto, come nel precedente contributo, non tratterò di concetti come amore e psiche o amore e psiche del Canova; nemmeno parlerò di come la psiche influenza il corpo o, ancora, di psiche per Freud o Jung o del rapporto tra corpo e psiche secondo le neuroscienze.
Per chi è pensato questo post? Vedi se fa proprio per te valutando se ti ritrovi in questo profilo!
Nel costruirlo ho pensato a te come a una persona di larghe vedute, curiosa, che adora analizzare e mettere in luce le varie sfumature di significato che si sono intrecciate nelle vicende storiche del termine «psiche». Anche in termini pratici.
Se ti ritrovi in queste mie descrizioni, sei nel posto giusto per te!
Nel contributo precedente abbiamo visto che anche il termine psiche, poiché molto antico, ha moltissime sfaccettature. Talvolta confusive.
Di solito lasciate sullo sfondo, implicite ma influenti, proprio perché implicite.
Forse anche tu senti la necessità di trovare ulteriori punti fermi sul tema. Il viaggio ora continua!
Oggi partiamo ancora da lontano nel tempo, ma dal mondo ebraico. Ripercorriamone insieme la ricchezza semantica. Questa volta ci lasceremo guidare da un altro studioso, Edmond Jacob, con grande riconoscenza e gratitudine.
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Da dove parte esattamente la storia del termine psyché, anima, nella cultura ebraica?
Anzitutto, il vocabolo ebraico che corrisponde a psyché è nefes. Nel suo significato mobile e dinamico, quali dimensioni di senso ha raccolto?
In altri video abbiamo già incontrato i termini ruah, spirito e leb/lebab cuore.
Gli studiosi hanno osservato che sono assimilabili e quindi scambiabili con nefes, il termine ebraico per anima. Da qui la difficoltà sia a definirlo bene sia poi a tradurlo nel modo più corretto.
Iniziamo ora a esplorare tale pluralità di significati di nefes, a partire dal respiro. Anche per nefes il significato di base a a che fare con il respiro, con l’alitare. Dunque parte da questo dato fisico. Il segno decisivo dell’essere in vita è il respiro. La fine del respirare indica la fine della vita.
Dunque il respiro indica la vita e l’essere vivente. Non solo. L’alternanza del respiro offre la simbolica dell’alternanza tra attività e riposo. Il sabato è il giorno del riposo, del respiro, dove si riconquista il senso di una vita sempre minacciata e sempre riconquistata.
Come termine nefes si distingue da nesama, che indica il respiro fisico. Tanto che quando viene meno la nesama allora esce dall’essere umano anche la nefes, ad essa legata. In realtà solo la nefes, l’anima fa di un essere vivente un organismo vivo.
Com’è il respiro? Quali sono le sue caratteristiche, anche a livello simbolico?
Il respiro è sfuggente, mai afferrabile, mai collocabile in modo stabile in un luogo specifico del corpo. La morte stessa è definita come la fuoriuscita della nefes, mai pensata come principio immateriale. Infatti, non può esistere senza la sua infrastruttura materiale per vivere una vita indipendente.
Il movimento alternato del respiro corrisponde alla natura in sé oscillante dei concetti di vita e di morte.
C’è un’ulteriore prospettiva.
Quale rapporto c’è tra anima e sangue?
Sia il respiro sia il sangue sono collegati al fatto che il corpo è un organismo vivente.
Quando respiro e sangue abbandonano il corpo, anche ogni vita scompare. Lo si vede osservando la sfera rituale. La nefes risiede nel sangue, vi risiede come forza vitale, ma non coincide con l’elemento sangue.
Il sangue non è qualcosa di magico: può produrre espiazione solo finché in esso c’è la forza vitale, la nefes.
Nefes è anche il vocabolo comune per indicare l’intera natura umana. Non qualcosa che l’essere umano ha, bensì qualcosa che egli è.
La nefes può allora essere definita come l’essere vivente e agente del suo possessore.
Come si è sviluppato il concetto di nefes?
Si è sviluppato in due direzioni. Quali? Forma e movimento.
La nefes è sempre legata a una forma e non può vivere fuori del corpo. In tal senso la miglior traduzione è: persona, intesa nella sua realtà corporea.
Ogni individuo è una nefes, ed essa indica ciò che è più individuale dell’essere umano: il suo Io, che non può mai separarsi da esso per condurre una vita indipendente.
L’aspetto del movimento è prevalso su quello della forma. La nefes, infatti, si manifesta quando si orienta verso un oggetto, da quello più biologico a quello più spirituale.
Dove abita la nefes, la psiche?
Finché è limitata al movimento, la nefes non è limitata a un solo organo, bensì può abitare in diverse parti dell’organismo, che ne divengono sinonimo.
Nefes appare a proposito dell’istinto sessuale, dell’odio contro un nemico, deldolore, dell’afflizione, della volontà. Soprattutto appare nella sua piena espressione quando aspira verso Dio.
L’essere umano è nefes soprattutto nel suo rapporto con Dio. L’essere umano non si rivolge alla propria coscienza, ma a Dio come fonte unica di vita. Lì, nella relazione con Dio, raccoglie tutta la propria forza e trova la propria unità.
Vediamo ora un altro aspetto, molto importante.
Come sta il rapporto della nefes, dell’anima, col corpo? E con la carne?
L’importanza che nella nefes, come principio vitale, è dato al corpo esclude un contrasto con la carne. Tanto che il termine basar, carne, designa tutto l’essere umano, al pari di nefes.
Basar indica tutto il corpo. Per altro in origine, basar indica anche pelle. Tanto da comparire anche come sinonimo di nefes. Là dove basar non è collegato con nefes indica, invece, l’essere umano nella sua caducità, nella sua mortalità.
Basar è elemento puramente vegetativo. Da qui la fallace fiducia riposta solo nella carne. Se la carne non ha il suo punto di riferimento in Dio, è solo debolezza e caducità.
Finche basar è un organismo che riceve vita dallo spirito, la carne resta collegata all’anelito verso Dio e alla lode di lui. Dipende dall’essere umano orientare il cammino della propria basar in modo che non porti alla propria distruzione.
Una attenzione a parte meritano le ossa, perché resistono più a lungo alla decomposizione. L’idea di risurrezione riserva alle ossa un posto molto importante, tanto da avere una fuznione simile a nefes e basar nell’indicare l’essere umano.
L’antropologia ebraica come considera le altre parti del corpo umano?
Secondo questa prospettiva, l’essere umano non è la sommatoria degli elementi che costituiscono il corpo.
La cultura dell’Antico Testamento ha considerato il corpo nel suo movimento più che nella sua forma. La parte del corpo che mostra in un dato momento la maggior forza vitale è vista spesso come la sede della vita.
Una di queste parti è la testa. Infatti, quando si benedice si pongono le mani sul capo.
Sulla base del principio che l’espressione è più importante della forma, il volto assume grande valore. La varietà delle sue espressioni sfumate rispecchia l’atteggiamento di tutto l’essere vivente.
L’occhio stesso è sinonimo di nefes, anima.
Il naso è considerato sede dell’ira.
La fronte esprime insolenza e forza.
La cervice è sede della cocciutaggine.
La mano, il palmo, le dita sono sede della potenza. L’imposizione delle mani è trasmissione di benedizione. La mano intraprende e compie qualcosa. Nell’essere umano la mano è espressione del dovere e e strumento della sua esecuzione. In Dio la mano è strumento con cui opera nella creazione e nella storia.
Il piede è pure espressione della forza vitale dell’essere umano.
E gli organi interni? Quale rapporto hanno con l’anima?
Le viscere sono tenute in grande considerazione. Un dolore violento o una grande gioia possono avere riflessi su certi organi, inducendo a credere che dove si manifesta l’effetto, ivi sia la causa e quindi la sede di quel sentire.
Vediamo ora come procede la riflessione parlando di un altro organo interno importante: il cuore. A questo ho già dedicato un video.
Come è concepito il cuore dall’antropologia biblica?
Il cuore o leb/lebab occupa un posto particolare tra gli organi interni. Infatti nell’Antico Testamento ricorre qualcosa come 850 volte!
La differenza principale tra il cuore o lebab e nefes/anima o psiche e basar/carne consiste nel fatto che cuore è localizzato con precisione nel corpo, nefes e basar no.
Lebab, inoltre, può rappresentare la vita nella sua totalità. Quali rapporti vi sono tra lebab/cuore e nefes/anima? Nefes ‘ l’anima nella sitesi della sua totalità, così come si manifesta.
Il cuore, invece, è l’anima, ma nel suo valore interiore. Il duplice aspetto del cuore, parte del corpo che si muove e, insieme, sta nascosta, ne ha fatto un organo psicologico in cui tutta la vita può concentrarsi e rimanere.
E’ il luogo dove dimora la nefes, l’anima, e il punto di confluenza di tutte le impressioni dall’esterno, come anche le emozioni, come la gioia e il dolore.
Tutto ciò che l’essere umano vede e sente entra nel suo cuore. Cuore, nell’Antico Testamento, è ciò che si avvicina al nostro concetto di coscienza.
Da notare: il cuore non ha solo funzione recettiva, ma soprattutto attiva. Infatti, è una sorgente da cui partono gli itinerari della vita, i progetti, che deve dirigere verso le direzioni giuste, conservando ciò che ha ricevuto: i ricordi e la legge del Signore.
Poiché i comandamenti rendono pii e intelligenti, il cuore è sede anche della pietà e dell’intelligenza. Così un essere umano intelligente ha cuore. Solo il folle non ha cuore. Per rendere un essere umano inoffensivo basta rubargli il cuore. O spingerlo verso una vita dissoluta.
Vediamo ora un’altra caratteristica del cuore umano.
Il cuore è puro?
No. Il cuore umano non è assolutamente puro. Mostra infatti un’inclinazione alla falsità, ed è diviso e orgoglioso. Può intorpidirsi e può diventare duro come pietra.
Tuttavia Dio si interessa al cuore umano: lo scruta, lo esamina, lo pesa, lo conosce come è realmente.
E’ lui che lo rende puro e saldo e in unità con lui che è Uno. Mediante l’azione di Dio può diventare il principio di una vita nuova. La nuova creazione inizia dal cuore.
Il movimento verso Dio, il ritornare a lui, nasce dal cuore. La descrizione dell’essere umano come nefes e il suo concentrarsi nel cuore non dice due antropologie diverse, bensì descrive due tendenze dentro la stessa immagine di essere umano.
La prima considera l’uomo dal punto di vista della sua vita vegetativa e dall’esterno. La seconda dalla prospettiva del suo valore interiore.
L’antropologia dell’Antico Testamento è monistica. Vede, cioè, l’essere umano nella sua totalità, animato da una vita unitaria.
L’unità della natura umana non è espressa dai concetti antitetici di corpo e anima, ma dai concetti, complementari e inseparabili, di corpo e vita.
Di cosa ha bisogno l’essere umano per realizzarsi alla massima potenza?
C’è bisogno di un centro nell’essere umano, di una coscienza che gli consenta di ritrovarsi e di crescere oltre se stesso.
A fondamento del messaggio dell’Antico Testamento c’è la convinzione granitica che l’essere umano è realmente vivo solo nella situazione della scelta, attraverso la quale realizza, in modo libero e responsabile, ciò che è, e alla massima potenza quando resta in contatto con la fonte della vita, che è Dio.
Molto bene! E ora come proseguire la tua ricerca e crescita spirituali?
Sì, in realtà ci sono ancora molte altre antiche e ricche parole spirituali da esplorare. Ogni parola, infatti, appartiene a una famiglia di parole, a una ricca rete di significati che si illuminano e si chiariscono e si arricchiscono a vicenda. Le parole greche del Nuovo Testamento che troverai nel prossimo video sull’anima ti regaleranno ulteriore luce spirituale.
È proprio per prolungare il piacere della scoperta che ti invito ora a vedere il prossimo video e gioire esplorando da vicino le ricche sfaccettature della parola «psyché», psiche, nel Nuoto Testamento.
E se hai domande spirituali o situazioni esistenziali da condividere con me, allora usa usa il video questionario spirituale linkato qui: https://forms.gle/Pn9V2wXVwXfXmETg9
Buona visione, allora! Augurandoti Pace e bene, ci rivediamo al prossimo video di approfondimento di spiritualità e psicologia!
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