Perché desidero condividere con te questo post parlando dello spirito? La stessa parola ne lascia trasparire le ragioni. E’ la “materia prima” della spiritualità. Non solo. E’ un termine usato e abusato, quasi una parola omnibus, caricabile con qualunque significato. In realtà ha una sua lunga storia e qui è considerato soprattutto nella prospettiva ebraico-cristiana.
Cogliere le vicende dei significati che si sono stratificati e trasformati attorno al termine spirito illumina e aumenta la consapevolezza di cosa c’è in gioco dentro le nostre esperienze interiori, facilitando il discernimento.
Anche questo sarà dunque un nuovo viaggio tra le concezioni greche, ebraiche e cristiane di spirito. Ti regalerà panorami interiori interessanti.
Anzitutto, per rispettare il tuo tempo, dichiaro di cosa NON parlerò in questo post. Non parlerò di spirito guida, né di spiriti liberi, né di spiritualismo, né di spirito assoluto hegeliano.
Invece ora ti propongo un test per aiutarti a capire se questo post fa davvero per te!
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Per chi è questo post?
Anzitutto discerni se questo post è per te.
- Ami esplorare e ripercorrere i sentieri che hanno costruito lungo i secoli dell’antichità i significati stratificati della parola spirito?
- Desideri cogliere bene le implicazioni nascoste nelle visioni culturali che si sono succedute circa la concezione cristiana dello spirito?
- Desideri, in generale, approfondire il significato delle parole portanti della spiritualità cristiana, come spirito?
Se hai risposto «Sì!» alle precedenti domande, il post è pensato per te!
Perché, dunque, approfondire il significato delle parole legate all’esperienza spirituale cristiana?
Per varie ragioni, almeno tre. La prima è che l’essere umano è fatto di parole. Vive in un mondo mediato da significati dove le parole ne sono veicolo. Una seconda ragione riguarda l’energia vitale che i significati delle parole comunicano e suscitano quando sono compresi e fatti propri da chi le legge. Una terza ragione riguarda la capacità trasformativa delle parole. Se cambiamo le parole, trasformiamo anche il nostro approccio alla realtà, a noi stessi, agli altri. E’ quanto rileva la nostra esperienza e quanto formalizza l’ipotesi linguistica di Sapir-Whorf: le parole che usiamo, la lingua che parliamo, anche con noi stessi nei nostri più segreti dialoghi interni, influenza il nostro modo di vedere la realtà. Concedersi il permesso del dubbio sul significato delle parole che usiamo e frequentiamo ci regala l’occasione per riflettere su ciò che non sappiamo o non conosciamo a fondo.
Ciò amplia la nostra libertà, il nostro potere, che passa dal prenderci piccole pause per riflettere su cosa e su come influenza, nelle bene e nel male, le nostre vite. A partire proprio dalle parole. In questo ci aiuta il silenzio, altro strumento di libertà, perché ci emancipa dalla necessità di avere un’opinione – che non coincide con conoscenza – sempre, su tutto, prigionieri dell’angoscia da vuoto, dell’horror vacui, come lo chiamavano i nostri padri latini. Possiamo scegliere di stare zitti, quando è opportuno. Per lasciare spazio alle domande, cui possiamo poi dare voce o scrittura.

Spirito: quali domande ci possono guidare per affrontare questo tema?
Dando subito seguito a questa prospettiva, ci chiediamo: cosa significa spirito? Cosa contiene questa parola? Quali avventure semantiche ha percorso per raccogliere i significati che giungono fino a noi tramite gli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento? Quali nuove prospettive vitali ci regala? Nel rispondere a queste e ad altre domande che incontrerai nel post, seguo volentieri il bellissimo studio di Eduard Schweizer.
Spirito o, in greco, pneuma: cosa indica, anzitutto, il termine?
Anzitutto i termini: spirito nella lingua greca in cui è stato scritto il Nuovo Testamento si dice pneuma. Hai colto qualche assonanza con parole che ti sono già familiari? Sì, certo: pneuma è capofila della famiglia di parole cui appartengono, in italiano e in altre lingue, lo pneumatico, lo pneumatologo, la pneumologia, e altre che hanno a che fare con l’origine anzitutto fisica dei significati che caratterizzano il termine. La base semantica di pneuma è, infatti, nel soffiare del vento. Ancora più in origine, indica la forza elementare della natura e della vita, di cui l’effetto esterno e interno si nota nella corrente d’aria, nel soffiare del vento, appunto; nell’inspirare e nell’espirare. In senso traslato, metaforico, pneuma si riferisce all’alito dello spirito che ispirando riempie e afferra la persona con la forza dell’entusiasmo.
Pneuma: in quali altri significati si ramifica?
Qui si ravvisa la radice più nascosta della parola pneuma, che porta in sé una carica energetica che agisce in modo più o meno segreto. Da qui tutte le declinazioni dei suoi significati, letterali o traslati, in base ai contesti in cui viene usata. In quanto è aria, pneuma si può avvertire solo dalle sue manifestazioni sensibili, come il soffiare del vento o il respirare. Pneuma come alito vitale passa poi a designare anche la vita e l’essere vivente. Qui pneuma incontra un altro termine importante, psyché, a cui si avvicina per i significati di alito e principio vitale.
Nell’uso più metaforico, pneuma, come soffio e respiro concreti, esprime anche esperienze di natura spirituale, come influsso, in senso traslato, che investe una persona sia nei suoi rapporti interumani o dalle regioni invisibili del divino. Data la sua natura elementare fuori dal controllo dell’essere umano, pneuma è spesso percepito come realtà divina.
Cosa succede nel giudaismo e nel cristianesimo?
Il greco biblico, per marcare la differenza con grecità profana, che si riferisce in modo immanente alla natura, ha creato un’espressione linguistica tutta sua e nuova: pneuma aghion, spirito santo, ripreso poi anche in lingua latina con spiritus sanctus, che vuole esprimere il carattere soprasensibile, trascendente e anche personale dello pneuma divino.
Le contaminazioni pagane nel cristianesimo primitivo
Dalla cultura greca la tradizione giudaico cristiana mutua, in parte, la rilevanza teologica che ha l’idea di pneuma come causa e fonte del parlare estatico.
L’esempio classico è la Pizia. La sacerdotessa diventa la voce dello pneuma delfico che, levandosi da una spaccatura della terra, lei, seduta su un tripode, accoglie dentro di sé, restandone in un certo qual senso “incinta”, pronunciando oracoli in base a ciò che le viene ispirato.
Circa la forma, queste caratteristiche dell’esperienza dello spirito, si riconoscono in testi cristiani come il racconto di Pentecoste, nel colloquio di Gesù con Nicodemo (Gv 3,8) e nel fenomeno della glossolalia nella comunità di Corinto. Lo pneuma è visto come qualcosa che viene da fuori, che riempie la casa di chi sta pregando, manifestandosi anche in terremoti, riempiendo anche le persone stesse presenti. Lo pneuma si impossessa di tutta la persona, la trascina come un vento impetuoso in una condizione di estasi, scacciando la ragione e insediandosi al suo posto.
In questo senso lo pneuma non è a disposizione dell’essere umano. Anzi, questo ne è posseduto, diventandone mero strumento di divinazione, come un flauto che emette suoni se attraversato dall’aria.
Spirito: la necessità di interpretarne le espressioni estatiche
Le divinazioni, tuttavia, non sono sempre direttamente intelligibili: necessitano dell’intervento di un interprete che le renda comprensibili.
Il filosofo Platone introduce questa critica correttiva, cioè la necessità di un’interpretazione delle divinazioni, aprendo alla pratica del discernimento degli spiriti. San Paolo adotta questa prospettiva per riportare sul sentiero dell’utilità comune il fenomeno della glossolalia. Infatti, il parlare in lingue misteriose, caratterizzate anche da parole apparentemente prive di senso, coniate da accostamenti sillabici, correrebbe il rischio di essere scambiato per puro furore mistico senza giovare sia alla comunità cristiana, sia a eventuali testimoni pagani. San Paolo si differenzia da Platone, perché ritiene che sia il dono di parlare in lingue, sia il dono di interpretarle provengano dallo spirito dell’unico Dio che opera tutto in tutti.
Per questo motivo le cose spirituali non vanno interpretate con l’ausilio della dialettica, bensì con l’aiuto dello stesso spirito divino perché “l’uomo spirituale giudica ogni cosa, ma non è giudicato da nessuno” (1 Cor 2,15). Quindi, al posto del filosofo interprete che voleva Platone, qui subentra il vero pneumatikòs, cioè l’uomo spirituale, guidato dallo spirito.
Spirito: qual è differenza sostanziale tra la concezione della cultura classica e quella cristiana?
Del resto, per la cultura greca lo pneuma resta comunque qualcosa di corporeo, benché sottile, non appartiene mai alla sfera della pura spiritualità. E’ una forza naturale, intramondana, impersonale e vitale, stabilmente insita nel cosmo come nelle sue parti, che appare come fenomeno eccezionale di natura entusiastica ed estatica, che in circostanze particolari coinvolge persone elette.
Il Nuovo Testamento non ignora tali manifestazioni pneumatiche, ma le guarda con atteggiamento prudente. Inoltre, concepisce lo pneuma come qualcosa che trascende il mondo ed è opera di Dio.
Tra il concetto greco profano di pneuma e quello neotestamentario vi è questa differenza: il Dio alla base di una concezione è totalmente diverso da quello che si trova nell’altra.
Spirito: quale concetto ne ha l’Antico testamento?
L’equivalente di pneuma in lingua ebraica è ruah. Anche in questa lingua si parte dai significati più immediati, fisici: ruah come soffio, o vento. Circa l’essere umano ruah è il principio che da vita al corpo, come pure è la sede delle percezioni, delle funzioni spirituali e della volontà.
La ruah è prodotta da Dio, che la può anche ritirarla e ritornare a lui. Ruah è la forza operante di Dio, l’agente divino in generale. Trasporta in estasi; provoca il parlare profetico o estatico. Indicano l’agire misterioso di Dio.
Ma soprattutto ruah si presenta come la forza creatrice di Dio, che configura e caratterizza le cose mediante il dono della ruah. E’ forza divina che produce le capacità spirituali, è all’origine del carisma dei profeti, come anche delle forze morali; opera la santificazione del popolo; giudica e salva. Ruah designa Dio stesso come colui che non perisce, perché non è basar, ovvero carne, intesa come fragilità e impotenza terrena; ruah è, invece, una forza che conserva nell’esistere.
Quali altre caratteristiche ha lo spirito di Dio, la ruah?
La ruah di Dio è potenza che crea, rinnova e trasforma. E’ una potenza di ordine morale che agisce nella storia di Israele. Non è una potenza che riempie il mondo in senso politeistico.
La ruah di Dio ha carattere personale e assoluto. Ciò permette di negare che nell’uomo esistano delle forze divine in forma abituale, come invece credevano la religione egizia e babilonese, dove il re è incarnazione della forza divina. In Israele non si ha una divinizzazione dell’essere umano, che invece è sottomesso alla forza della ruah e non si identifica con essa, perché egli è basar e non ruah. Inoltre, se la ruah di Dio è oggetto di esperienza, tuttavia non la si può scandagliare nelle sue misteriose intenzioni. Tempi e modi della sua azione restano sconosciuti. Gli stessi termini della profezia sono indeterminati, e talvolta contraddittori.
Nella ruah di Dio si riconosce l’aspetto dinamico, ma la sua logica resta oscura. Dipende dalla volontà di Dio che resta nel segreto, pur con la certezza che la potenza divina è all’opera.
Ogni essere vivente proviene dalla potenza di Dio e la sua ruah è il principio fisicamente vivificante. Non vi sono forze della natura immanenti e divine; la natura è privata della potenza e della divinità. La potenza divina è liberamente elargita pur restando imperscrutabile e, talvolta, inquietante, perché non si può sapere quando Dio ritira il suo alito. E’ fondamentale cogliere che la forza divina si avverte, ma non si può capire.
Dio abilita anche all’agire politico, suscitando capi carismatici in modo inopinato, con una logica incomprensibile e totalmente libera. Inoltre, la ruah di Dio si manifesta con potenza e in modo imprevisto e insieme irresistibile in occasione di rapimento estatico.
Il giudaismo non può evitare di incontrarsi col messaggio anticotestamentario. Qui l’essere umano si trova di fronte a Dio e al suo spirito. L’essere afferrati da Dio è grazia, non natura, o automatismo. E l’anima stessa dell’essere umano deriva dallo spirito di Dio.
Fin qui la visione che troviamo nell’Antico Testamento.
Spirito: cosa apporta di originale il cristianesimo primitivo?
Per la prima comunità cristiana lo spirito è, in primis, un dato di esperienza. Vediamo come è stato presentato anzitutto nei testi evangelici. In Marco pneuma ha valore puramente antropologico, come sede delle percezioni e reazioni affettive. In Matteo designa la forza vitale. Ambedue gli evangelisti presentano lo pneuma con la caratteristica veterotestamentaria di forza di Dio per compiere azioni speciali in parole e in opere irrealizzabili con le sole forze umane, ed è donato alla comunità credente.
E’ interessante notare che Matteo o Luca hanno, con sorpresa, poche espressioni riguardanti lo spirito. Solo una si può far risalire a Gesù stesso. Il Lui Dio si è manifestato al suo popolo. In Lui c’è realmente Dio in un modo che non si riscontra altrove. Nuova è anche la rigorosa subordinazione dei fenomeni dello spirito alla coscienza.
Lo si vede in Luca, confrontando il brano delle Tentazioni (Lc 4,1) con Marco (1,12). Marco scrive: “lo spirito lo caccia nel deserto”; Luca invece: “Gesù, pieno di spirito santo, partì… e fu nello spirito condotto nel deserto”. Luca evita di presentare lo spirito come superiore a Gesù. Infatti, per Luca è insufficiente l’idea veterotestamentaria della forza di Dio che piomba sull’essere umano e lo spinge ad agire. Qui il soggetto dell’azione è Gesù, in prima persona, che agisce “nello spirito santo”. Quindi Gesù non è uno “pneumatico”, ovvero una persona posseduta dallo pneuma, ma è signore dello pneuma, possessore della forza dello spirito.
Per altro, Luca fa sua la narrazione di Gesù nato dallo spirito, inteso come forza creatrice per affermare che Gesù, essendo nato dallo spirito, è da principio possessore dello spirito, e non solo suo oggetto, in quanto pneumatico.
Per Luca resta sempre fermo che lo spirito rimane di Dio anche quando è dato all’essere umano, così che ogni sua attualizzazione è un nuovo atto di Dio. Gesù, che possiede pienamente lo spirito dall’inizio, dopo la sua resurrezione dona lo spirito alla comunità. Per Luca, in questo dono, si incontra lo stesso Cristo glorioso. Gesù non è uno “pneumatico” come quelli che si incontrano nella comunità. Gesù, cioè, non è oggetto dello spirito che opera anche nella comunità. Solo in lui si rivela lo spirito di Dio e attraverso di lui lo spirito di Dio raggiunge la comunità. Anche nelle forme concrete del visibile, vedi il battesimo di Gesù e i fenomeni osservabili nel racconto della Pentecoste.
Inoltre, Luca ha in comune col giudaismo l’idea che lo spirito è spirito di profezia. Lo spirito agisce dando disposizioni sul volere di Dio alla comunità e segni visibili dell’opera di Dio. E ogni membro della comunità è destinatario del dono dello spirito, facendolo membro di una comunità profetica grazie alla conversione alla fede.
Cosa sta a cuore all’evangelista Luca?
A Luca sta a cuore il tempo della chiesa, perché qui si compiono le profezie del popolo di Dio. In ciò non si stacca dell’idea di spirito come forza straordinaria che rende capaci di azioni inconsuete e potenti, benché la corregga sia in senso profetico sia in senso eccedente alle manifestazioni potenti e momentanee.
Tuttavia, lo spirito non riorganizza l’esperienza del credente come esistenza totalmente rinnovata, escatologica, ma conferisce al credente un dono speciale capace di manifestazioni di fede specifiche, necessarie alla missione, rendendola così possibile. La nuova era dello spirito non è più individuale, bensì comunitaria e capace di profezia.
Il battesimo nel nome di Gesù conferisce lo spirito. Importante, quasi più del battesimo, per ricevere lo spirito, è la preghiera che ne prepara la ricezione. Lo spirito è libero e non si lega nemmeno al battesimo o ad altre forme di gesti per agire.
Spirito: qual è la visione di san Paolo?
In san Paolo, portatore di una cultura ellenistica, pneuma designa la sfera della gloria divina, nella quale Gesù entra al momento della sua esaltazione. L’opposizione veterotestamentaria tra il santo spirito di Dio e la carne debole, con Paolo assume tratti ellenistici che distinguono tra mondo “inferiore” e “superiore”. Se per i giudei il mondo inferiore si caratterizza per la sua caducità, per l’ellenista si presenta come sostanza estranea a Dio.
Per l’ellenista l’esistenza dell’uomo è determinata dalla sfera o campo di energie in cui essa è posta. Entrare nella sfera pneumatica comporta a entrare nell’esistenza pneumatica. Il Cristo, che vi è entrato, viene definito pneuma egli stesso. Ciò indica anche la sua forza e ciò che egli è per la comunità. Essere in Cristo significa essere nella sua sfera pneumatica, dopo esservi stati introdotti.
Il Cristo esaltato è il pneuma e volgersi a lui significa essere inseriti nell’ambito dello pneuma. Chi va a lui entra nella sfera dello spirito. Lo spirito, lo pneuma è la forma di esistenza del kyrios, ovvero del Signore risorto, la sua forza, con cui si incontra nella sua comunità. In quanto Cristo è visto nell’importanza che ha per la comunità. Nella forza con cui agisce in essa può essere identificato con lo pneuma. Essendo padrone della propria forza, il Cristo può esser distinto dalla forza che da lui promana.
Da cosa prende luce il pensiero di Paolo?
Il pensiero di Paolo è illuminato dall’evento della risurrezione di Gesù. Ciò lo differenzia dal pensiero gnostico, per il quale il racconto mitico serve solo per risvegliare ciò che già c’è nell’essere umano.
L’evento risurrezione cambia totalmente le cose. Il corpo spirituale, infatti, che caratterizza il Cristo risorto, non è un dono che è già stato fatto ai credenti, o un corpo nascosto originario sotto il corpo terreno, ma un dono che Dio concederà alla resurrezione.
Inoltre, per Paolo, interessa evidenziare il contrasto veterotestamentario tra debolezza – attribuita alla creaturalità, alla carne, alla psiche – e forza intesa come incorruttibilità, potenza e gloria. L’essere umano resta tributario della forza creatrice del suo Signore, che lo risusciterà.
Dio, che ha risuscitato Gesù, è già all’opera nei credenti mediante lo pneuma, che continuerà ad agire anche dopo la morte. La presenza dello spirito è garanzia della realtà che deve ancora venire. Lo pneuma è primizia e pegno della redenzione del corpo, e si manifesta anche in forme straordinarie constatabili, distinguibili dai medesimi fenomeni estatici pagani tramite il professare la fede nel Kyrios, nel Cristo Signore risorto.
Come Luca, anche Paolo ritiene che ogni membro della comunità possieda lo spirito. Tuttavia, Paolo si distacca da Luca deducendo da questo fatto che la manifestazione dello spirito non è necessario che sia caratterizzata da qualcosa di straordinario.
Tra i doni dello spirito, infatti, Paolo enumera anche i carismi di governare, di assistere, il servizio o diakonia, le opere di misericordia, il dare del proprio, il presiedere. Il criterio della straordinarietà è privo di importanza, di grande valore, invece, per la religiosità pagana. Il criterio di valore con cui giudicare i doni dello spirito è la professione di fede in Cristo Gesù, l’edificazione e l’utile della comunità. Sono criteri eterocentrati, non autocentrati o autoreferenti.
In cosa consiste l’originalità di Paolo?
Paolo ha istituito una dialettica tra la posizione ellenistica e quella anticotestamentaria sul tema dello pneuma.
Ha fatto sua la linea ellenistica concependo lo pneuma come la nuova esistenza intesa come adesione a Gesù redentore. Ha tuttavia corretto tutti i presupposti naturistici di tale posizione. Al contempo, ha accolto la linea dell’Antico Testamento che afferma che la salvezza non è un bene già a disposizione dell’essere umano. E tuttavia, poiché la nuova creazione inaugurata dalla resurrezione è una realtà già presente, lo pneuma non può ridursi a semplice segno anticipatore di ciò che deve ancora venire, nemmeno un’eccezione, ma deve rappresentare la nuova esistenza come tale. Questa nuova comprensione offerta da Paolo si fonda sul suo riconoscere come decisiva la salvezza attraverso la croce, cosa che prima della conversione lo scandalizzava in modo insuperabile.
Paolo, infatti, annuncia solo Cristo crocifisso. E questo è possibile solo sotto l’azione dello pneuma, sapienza elargita da Dio. Per chi è senza pneuma, tale sapienza è stoltezza, follia.
La croce appare come krisis, cioè come giudizio che separa la nuova dalla vecchia creazione. Paolo, insieme con la cultura ellenista, intende spirito come potenza che strappa l’essere umano da “questo eone”, cioè da quest’epoca dalle caratteristiche mondane, e lo trasferisce in quello nuovo.
Paolo chiarisce, insieme a questo, che l’unione del credente con il kyrios, il Signore risorto, non avviene in una materia pneumatica, ma nella conoscenza di colui che per il suo bene è stato crocifisso. L’ingresso nel “campo di forza” del corpo-pneuma significa solo che il credente si abbandona alla forza degli eventi salvifici e quindi si dona alla comunità che vive della croce e della risurrezione.
Paolo comunque rispetta anche l’esigenza veterotestamentaria che vuole che colui che ha lo spirito resti a disposizione dell’azione divina. Il credente non vive della sostanza, bensì dell’azione di Dio sulla croce. Così Paolo inaugura una concezione dello pneuma che fonda l’esistenza del credente e non è più pensato solo come forza miracolosa supplementare, senza tuttavia ridursi a sostanza posseduta dalla persona salvata. Il criterio decisivo dello pneuma non è più nelle sue manifestazioni straordinarie. La conoscenza è soprannaturale, non perché comunicata in modo estatico, o logico o anche alogico. Il vero miracolo consiste nel fatto che un essere umano possa credere che Dio sta a sua disposizione in Gesù Cristo. Ciò che si conosce per via soprannaturale non è chissà quale mistero celeste, ma il fatto che Dio, sulla croce, ha compiuto il suo atto d’amore, facendo del credente un figlio suo.
Lo spirito è una forza di Dio che si qualifica non per il suo carattere straordinario del suo manifestarsi, ma perché fa sì che l’essere umano creda e viva come credente. Lo spirito non è una forza magica cui l’essere umano è consegnato senza la possibilità di opporvisi.
Come va inteso, allora, lo spirito secondo Paolo?
Lo spirito è invece la forza miracolosa e misericordiosa di Dio Padre che raggiunge l’essere umano nello stato di totale separazione da sé, concedendogli la possibilità di vivere, del tutto cosciente e consenziente, di questa forza che non gli è propria e di cui non può vantarsi. Lo pneuma è sia la forza che crea la fede, sia la norma secondo cui la fede vive. Per Paolo è l’aspetto della forza che caratterizza la gratuità dello pneuma, totale dono di Dio, che nulla a che fare con le capacità umane.
D’altra parte, questa stessa forza chiama alla fede. Non santifica o divinizza in modo automatico. Necessita di una consapevole partecipazione da parte dell’essere umano e di un conformarsi continuativo alle esigenze della fede, lasciandosi liberamente condizionare dallo pneuma donato. Nella lettera ai Galati (5,25) scrive infatti: “se di spirito viviamo, seguiamo come norma lo spirito”. Vivere nello pneuma significa, allora, rinunciare alla sarx, alla carne e, in senso positivo, prendere apertamente posizione per Dio e per il prossimo.
Lo spirito come rinuncia liberante alla sarx/carne
In san Paolo il contrasto tra pneuma e sarx indica anzitutto l’opposizione tra la forza estranea all’essere umano – pneuma- e la debolezza strutturale dell’essere umano stesso – sarx. L’essere umano non vive della sua propria forza, bensì di una forza altrui ed è invitato a impostare la propria esistenza fidandosi di questa forza pneumatica e non dell’altra, carnale, di cui l’essere umano potrebbe gloriarsi come se fosse sua propria.
Vivere dello pneuma è gloriarsi in Cristo Gesù, edificare solo sulla giustizia donata che viene da Dio. Da qui il considerare spazzatura tutti i privilegi orgogliosi che prima caratterizzavano la vita di san Paolo. Da qui l’esigenza a rinunciare alla sapienza solo umana e a tutti i criteri umani. Lo pneuma è la forza prodigiosa che fa conosce a san Paolo e a ogni credente l’opera salvifica di cui Dio gli fa dono personalmente.
Per san Paolo lo spirito è anche la forza che rivela all’essere umano l’opera con cui Dio l’ha salvato e lo fa vivere di essa, dandogli la possibilità di rinunciare alla sua propria giustizia fondata sul gloriarsi della carne, della sarx, cioè dei criteri umani. Quand’anche fossero fondati sulla lettera della legge divina.
L’essere umano è visto da san Paolo come un campo neutrale dove si svolge la drammatica battaglia, la lotta tra sarx, la carne, e pneuma, lo spirito. Qui l’essere umano è chiamato a giocarsi, a impegnare la propria libertà per l’uno o per l’altro fonte. La stessa sarx non è una potenza estranea all’essere umano, ma il suo proprio volere, che può prevalere. Il significato di pneuma come “norma di vita” vede l’essere umano capace di decidere della propria vita scegliendo di “seminare nello spirito” o di “seminare nella carne”.
La forza della “norma” dello pneuma, possibilità esterna all’essere umano a cui ne è stato fatto dono, è che lo pneuma ha compiuto ciò che al nomos, alla legge, è risultato impossibile. Carne e spirito non stanno sullo stesso piano. Per san Paolo, infatti, “camminare secondo lo spirito” significa acconsentire alla forza di Dio, di cui non può disporre, che deve determinare la sua vita invece della forza sua propria, ovvero la norma della propria carne.
Quindi, vivere secondo lo spirito, secondo lo pneuma, sciogliendosi dalla carne, dalla sarx, significa decidere di vivere nel “campo di forza” dell’opera salvifica di Dio. Non è qualcosa di automatico o spontaneo. E’ frutto di una scelta da parte dell’essere umano. Inoltre, anche questa decisione della fede è dono di Dio, e non azione propria dell’uomo. Qui siamo in altro contesto rispetto allo gnosticismo, che conosce l’antitesi tra spirito e carne, ma la considera un dato di fatto cosmologico. Invece, in san Paolo tale antitesi è posta dall’opera di Dio, a cui l’essere umano può aderire o opporre il rifiuto.
Spirito: disponibilità per Dio e il prossimo
Qual è l’opera principale dello spirito? Per san Paolo (Rm 8,15-25 e Gal 4,6) è il pregare. Nel capitolo 8 della lettera ai Romani lo spirito interviene a favore dell’essere umano, che da solo non sa nemmeno cosa chiedere. La funzione dello pneuma è quella salvifica, cioè quella di attestare all’essere umano che è figlio, grazie all’opera salvifica di Dio in Cristo, e fa sì che viva in essa. Il che implica servire nella novità dello spirito, smettendo di mettere in atto le passioni peccaminose.
La vita di figli è una fede che si fa concreta, uccidendo le opere del corpo e prestando un servizio vicendevole per mezzo della carità. Solo così si adempie a tutta la legge. L’agape, l’amore oblativo, non è altro che la vita nello spirito, liberata dalla fiducia nella carne, nella sarx. Di conseguenza, vivere della forza dello spirito e secondo la sua norma significa vivere liberi dalla legge, vivere interamente del Cristo, della grazia, della croce e in questo rendersi liberi per l’agape, l’amore oblativo.
Mentre l’agire della carne si rende tangibile negli erga, nelle opere, circa il pneuma si può parlare solo di frutti, non solo interiori, ma anche visibili, concreti. Del resto, nemmeno il sacrificio più alto o il miracolo sono segno inequivocabile dell’agape. L’agape, l’amore oblativo invece è fede nel suo orientarsi agli altri!
La differenza con lo gnosticismo è chiara. Nello gnosticismo lo pneuma posseduto dalla persona estatica ne distrugge l’individualità. Infatti, ciò che conta è la sola sostanza divina. Inoltre, e la separa dagli altri che, non essendo pneumatici, cioè posseduti dal pneuma, le risultano totalmente estranei. Qualora invece fossero anch’esse persone pneumatiche, le servirebbero solo per riconoscere in esse la stessa sostanza pneumatica.
La realtà suprema è solo la gnosis, cioè la conoscenza della realtà divina in sé stessa, cioè la propria sostanza pneumatica. Essa sbarra all’essere umano l’accesso al proprio simile. In san Paolo, invece, la gnosis è subordinata all’agape. La conoscenza donata dallo pneuma riguarda l’opera salvifica di Dio, che rende l’essere umano libero da sé stesso e quindi disponibile per il proprio simile. Tale conoscenza restituisce l’individualità ma non perché la persona ne faccia un vanto davanti a Dio o al prossimo, ma perché, grazie ad essa possa esistere per l’altro. In tal modo la norma vera e propria diventa il pensiero della comunità.
Non a caso san Paolo usa la metafora del corpo, del soma, perché stringe e articola tra loro le varie membra. I doni dello spirito, per altro, hanno valore non perché chi ne beneficia abbai la prova di essere uno “pneumatico”, ma perché sono doni con cui edificare la comunità. Per altro, nella comunità sono tutti “pneumatici”, in quanto tutti hanno ciascuno il proprio carisma. Chi si isola dalla comunità mostra con ciò stesso di non essere “pneumatico”, ma guidato dai criteri della carne, della sarx.
Proprio perché è divina la forza dello pneuma non può manifestarsi in fenomeni singolari, dando aggio all’essere umano di appellarsi alle proprie super capacità religiose. E’ forza che inserisce nell’opera salvifica di Cristo che dischiude la vita dell’agape e rende impossibile avere fiducia nella propria sarx. San Paolo porta così fino in fondo le intuizioni dei vangeli sinottici, nei quali la croce è espiazione per i molti, appello contro ogni falsa sicurezza religiosa, e come evento che permette la sequela di Gesù nella diakonia.
Lo pneuma è la forza di Dio che fa sì che l’essere umano creda nella croce e resurrezione di Gesù. Forza trascendente, e fondamento dell’essere stabilmente in Cristo, capace di guidare sia i destini della comunità, sia la vita interiore dei singoli, in modo visibile o invisibile, in modo occasionale o continuo. Lo pneuma, in sintesi, è la forza che determina la vita di fede come tale.
E l’evangelista Giovanni come la pensa circa lo spirito?
Rispetto agli evangelisti sinottici e rispetto a san Paolo, Giovanni è ancora più chiaro nel mettere da parte le antiche concezioni sullo pneuma. Negli scritti di Giovanni non si trova lo spirito che compare all’improvviso o che si manifesta in modi straordinari. Lo stesso Gesù non appare mai come “pneumatico”, né i suoi discorsi o miracoli sono attribuiti allo pneuma. Per Giovanni non c’è separazione tra Dio e Gesù. In lui si incontra il Padre in persona, e non un semplice dono del Padre. Così Giovanni non parla della sua generazione né del dono dello spirito nel battesimo.
In pieno contrasto col pensiero greco e gnostico, ciò che si realizza in Gesù non è l’incontro con la sostanza di Dio con quella che si trova sepolta nell’essere umano, ma la volontà di Dio, che nell’uomo Gesù chiama l’essere umano alla fede e intende incontrarsi con lui.
Quindi adorare Dio in spirito e verità non significa adorare avendo coscienza della propria sostanza pneumatica e nemmeno, nella propria spiritualità, di tutto ciò che sta al di fuori. Significa adorare nella sfera di Dio e non più in quella del mondo, nella realtà e non nell’apparenza. Ma la realtà la si può trovare solo là dove Dio entra nel mondo attraverso colui che è il Dio verace, Gesù. Il vero culto è quello reso alla carne e al sangue di Gesù.
Per Giovanni pneuma non designa l’anima o la mente dell’essere umano, ma la realtà di Dio, che si può trovare solo in Gesù Cristo. Conoscere la verità significa riconosce in Gesù il Dio verace. L’atto sovrano della rivelazione di Dio in Gesù ha creato lo spazio in cui si ha la vera adorazione.
Spirito: potenza che genera la vita, in netta opposizione a sarx
Lo pneuma è inaccessibile all’essere umano che viva nello spirito. Qual è il vero problema di Giovanni? Sapere come si ottenga la vita, la zoè. Se anche san Paolo pensa che solo lo spirito dà la vita, egli lo pensa dentro la categoria rabbinica della giustizia e definisce la zoè, la vita, distinguendola dalla condanna. Lo spirito dona la vita perché comunica la conoscenza dell’opera espiatrice di Dio sulla croce, che in tal modo libera dall’orgoglio e rende disponibili per il prossimo. Per Giovanni, invece la zoè, la vita, consiste nel conoscere Dio. A differenza di Paolo, per togliere la separazione tra Dio e il mondo, basta unirsi al redentore. Lo pneuma designa così, in modo più rigoroso, il mondo di Dio, contrapposto alla sarx, alla carne, sfera da cui è determinata la nuova esistenza dell’uomo, e che si realizza nell’evento della fede.
Tale conoscenza è dono di Dio che non dipende dall’essere umano. In Gv 3,8, nel dialogo con Nicodemo, lo pneuma è paragonato al vento in quel che ha di incomprensibile. Tale caratteristica è detta di chi è nato dallo spirito, che sfugge alla comprensione mondana. Quel che da la vita è solo lo pneuma, lo spirito, che viene alla comunità nella parola. Il Gesù storico è sarx che in sé non serve a nulla. Il Cristo della predicazione, quello è il redentore. Quello che rivela Gesù ai discepoli è lo spirito di verità. Esso è la forza della proclamazione di Gesù redentore, in cui la realtà divina si incontra con l’uomo.
La vera zoè si può trovare solo presso Dio, nella sfera dello pneuma.
Qui termina la narrazione di questo lungo viaggio semantico, tra i significati che si sono presentati all’interno delle tradizioni culturali e religiose.
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