Pietro si avvicina con una domanda che sembra già generosa — quante volte dovrò perdonare al mio fratello? Fino a sette volte? || Sette gli sembra già tanto, già oltre il dovuto, già un gesto da uomo buono. Ci si aspetterebbe che Gesù lo lodi, che confermi la misura. || E invece la rovescia: non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. Un numero che non si conta più — si smette di contare.
Poi racconta. Un re vuole regolare i conti con i suoi servi, || e gliene portano uno che deve diecimila talenti — una cifra – tra i 3 e i 4 miliardi di euro, 6.000 denari, ~16,4 anni (lavorando tutti i giorni), ~164.380 anni di lavoro – che nessun servo potrebbe mai restituire in una vita intera, in 10.000 vite. Il re ordina che sia venduto, lui, la moglie, i figli, tutto quello che ha. || Il servo si getta a terra, supplica, promette quello che non può mantenere — abbi pazienza con me, ti restituirò ogni cosa. Il re lo guarda. || E qui il testo si ferma un istante, come se anche il narratore trattenesse il fiato: impietositosi, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Non un rinvio. Non un piano di rientro. || Cancellato. Diecimila talenti, spariti, come se non fossero mai esistiti — un dono che nessun servo, per quanto onesto, avrebbe mai potuto meritare.
|| Ed è qui, appena uscito da quella porta, che il servo incontra un suo collega — un uomo che gli deve cento denari, una cifra piccola, tre mesi di stipendio dell’epoca, restituibile in pochi mesi. Lo afferra per il collo. || Restituisci quello che devi! Le stesse parole che lui stesso, poco prima, aveva pronunciato in ginocchio davanti al re — ora le usa come una mano che stringe una gola. Il collega cade a terra, supplica con le stesse parole di prima, || abbi pazienza con me — e non ottiene nulla. Lo fa gettare in prigione.
Piccoli giochi di potere. || Pretese di ragione su un debito che, confrontato col proprio, è quasi niente. Come se il condono ricevuto non fosse mai accaduto, come se il servo si fosse già dimenticato di essere, lui per primo, un uomo salvato da un debito impossibile — || e non per merito, non per astuzia, ma per uno sguardo che si è impietosito.
Grandi occhi. || Occhi che il re ha avuto per primo, occhi carichi di compassione, che non contano più i talenti, che si velano davanti a un uomo in ginocchio. || Lo stesso sguardo che il servo avrebbe dovuto portare fuori da quella porta, verso il suo collega — e non ha portato. Ancora occhi. || Ancora sguardo che condona invece di stringere una gola. Sempre. ||
Lo conosci questo momento — appena uscito da una grazia ricevuta, appena perdonato di qualcosa di grande, quanto in fretta la mano torna a stringere, a pretendere, a contare i piccoli debiti degli altri come se il proprio, enorme, fosse già dimenticato. || Il gusto amaro di chi si sente in credito, mentre è ancora, in fondo, un debitore condonato.
Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?
Esci da questa chiesa portando ancora stretta la gola di chi ti deve qualcosa — un torto, una parola, un silenzio non restituito — || o esci con gli occhi velati del re, che vedono il proprio debito condonato prima di vedere quello, piccolo, degli altri?
Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Una testimonianza francescana, forse uno dei testi più belli di Francesco d’Assisi:
LETTERA A UN MINISTRO
A frate N… ministro. Il Signore ti benedica!
Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti impediscono di amare il Signore Iddio, e ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti percuotessero, tutto questo devi ritenere come una grazia.
E così tu devi volere e non diversamente.
E questo tieni per te in conto di vera obbedienza [da parte] del Signore Iddio e mia, perché io so con certezza che questa è vera obbedienza.
E ama coloro che ti fanno queste cose. E non aspettarti da loro altro, se non ciò che il Signore ti darà. E in questo amali e non pretendere che siano cristiani migliori.
E questo sia per te più che il romitorio.
E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo,
e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede;
e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia.
E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di tali fratelli
Mi fermo qui… lo lascio alla vostra risonanza, per gustare la misericordia di Dio Padre che può coinvolgere anche noi.